Ci sono luoghi in cui la terra non è semplicemente suolo, ma un racconto liquido che si esprime attraverso i riflessi di un calice. Uno di questi angoli preziosi, dove il battito del tempo rallenta per seguire il ritmo delle stagioni, è Buttrio (Buri in lingua friulana).
Se state cercando una meta che unisca la maestosità della storia medievale alla poesia visiva di colline pettinate da vigneti infiniti, avete appena trovato la vostra prossima destinazione per la rubrica “Un paese al giorno…”.
Dove si trova e quanti sono i suoi custodi
Ci troviamo nel cuore pulsante del Friuli-Venezia Giulia, nella zona centro-orientale della provincia di Udine, da cui dista appena 11 chilometri. Buttrio sorge in una posizione geografica invidiabile: adagiato tra il torrente Torre e le prime dolci pendenze dei celebri Colli Orientali del Friuli.
Questo piccolo scrigno di terra e passioni conta circa 3.900 abitanti (i buttriesi). Un numero perfetto per custodire un’atmosfera intima, dove tutti si conoscono e l’accoglienza ha ancora il sapore genuino di un tempo.
Una storia di confini, nobili e rinascite
La storia di Buttrio affonda le radici in un passato lontano e fiero. Sebbene il territorio abbia visto passare romani e longobardi, la fondazione ufficiale del nucleo originario risale all’incirca all’VIII secolo d.C.
Nel corso dei secoli medievali, il paese si trovò al centro di aspre contese tra il Patriarcato di Aquileia e i Conti di Gorizia. Il simbolo di queste lotte è l’antico Castello di Buttrio, abbarbicato sulla sommità della collina di Pampinutta. Distrutto e riedificato più volte a causa delle guerre feudali, oggi il castello si presenta come una magnifica fusione di dimore signorili e torri nate dalle antiche rovine, offrendo una vista che nei giorni più limpidi spazia fino al Golfo di Trieste.
Dopo essere passato sotto il dominio della Repubblica di Venezia e la parentesi napoleonica, il comune fu definitivamente annesso all’Italia nel 1866.
La sua vera anima: la cultura del “Ronco” e la Civiltà del Vino
Se chiedete a un friulano qual è la particolarità assoluta di Buttrio, vi risponderà senza esitare: il vino e i suoi “ronchi”.
I roncs (in friulano) sono i terrazzamenti collinari strappati storicamente al bosco grazie alla roncola e alla fatica dell’uomo, per fare spazio alla coltivazione della vite. Questa strettissima simbiosi tra uomo e natura ha reso Buttrio una delle capitali storiche dell’enologia d’eccellenza, tanto da far parte del prestigioso circuito delle Città del Vino. È qui che nascono bianchi e rossi di straordinaria intensità, tra cui spicca il rarissimo e prezioso Picolit.
Se visitate il paese, ci sono due tappe imperdibili che incarnano questa identità:
Villa di Toppo-Florio: Una monumentale residenza patrizia circondata da uno splendido parco archeo-botanico.
Il Museo della Civiltà del Vino: Ospitato proprio all’interno delle barchesse della Villa, è un viaggio emozionante tra antichi torchi, strumenti della tradizione contadina e la memoria storica della viticoltura friulana.
Una piccola curiosità: Buttrio vanta anche una forte anima tecnologica e industriale di livello internazionale, dimostrando come la fedeltà alle proprie radici agricole possa convivere perfettamente con l’innovazione e il futuro.
Lasciatevi tentare da una passeggiata a piedi o in bicicletta tra le stradine che salgono sui colli, fermatevi in una delle storiche frasche o cantine locali e lasciate che un calice di vino vi racconti la passione di questo piccolo, straordinario paese.
👇Scopri la storia del pregiato vino Picolit👇
Se c’è un vino che incarna la poesia del Friuli collinare, quel vino è il Picolit. Non è semplicemente un passito; è un miracolo della natura, un’anomalia biologica che l’uomo ha saputo trasformare in oro liquido.
Definito storicamente come il “nettare dei Papi e dei Re”, il Picolit è un’esperienza sensoriale rara, intimamente legata alla terra di Buttrio e dei Colli Orientali.
Il “Difetto” che crea il Mito: L’Acinellatura
La caratteristica più incredibile del Picolit deriva da una sua peculiarità genetica: l’aborto floreale, noto anche come acinellatura.
Durante la fioritura, la stragrande maggioranza dei fiori della vite non riesce a fecondarsi e cade. Il risultato? Il grappolo non si riempie mai: resta spargolo, quasi nudo, composto da pochissimi acini (da qui il nome Picolit, cioè piccolo).
Quella che per qualsiasi altro vitigno sarebbe una tragedia commerciale, qui diventa un punto di forza assoluto. Quei pochissimi acini rimasti sulla pianta ricevono tutta l’energia, le sostanze nutritive e gli zuccheri che la vite avrebbe dovuto distribuire su un intero grappolo. La resa è bassissima, ma la concentrazione di aromi è millimetrica e mostruosa.
Una Storia di Corti Europee e Nobili Intenti
Il Picolit ha origini antichissime, probabilmente coltivato già in epoca romana, ma il suo vero papà storico ha un nome e un cognome: il Conte Fabio Asquini di Fagagna.
Il Conte Fabio Asquini, fine agronomo, intuisce il potenziale del Picolit. Inizia a vinificarlo con criteri moderni e a confezionarlo in speciali bottiglie di vetro di Murano.
Grazie all’astuzia commerciale di Asquini, il Picolit conquista l’Europa. Viene bevuto alla corte di Vienna, a Versailles, a San Pietroburgo dal Papa e dal Re di Sardegna, rivaleggiando direttamente con il Tokaji ungherese.
A cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, la fillossera e le guerre rischiano di far estinguere il vitigno. Sarà la storica famiglia Perusini di Rocca Bernarda a recuperare le vecchie viti e a rilanciarne la produzione.
Il Picolit ottiene il massimo riconoscimento della piramide qualitativa italiana: la DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) “Colli Orientali del Friuli Picolit”.
Identità nel Calice: Le Caratteristiche Organolettiche
Il Picolit non si beve, si ascolta. Gli acini, dopo essere stati raccolti a mano con una selezione maniacale, vengono lasciati appassire sui graticci o direttamente in pianta per concentrare ulteriormente gli zuccheri.
Il Colore: Oro zecchino, luminoso, che con il passare degli anni assume caldi riflessi ambrati.
Al Naso: Un bouquet infinito. Spazia dal miele di castagno e d’accacia alla frutta sciroppata (albicocca, pesca), fino a sfumature di vaniglia, mandorla tostate e fiori di campo.
In Bocca: È dolce ma mai stucchevole. La sua grande particolarità è l’equilibrio perfetto tra la morbidezza degli zuccheri e una vibrante nota acida e sapida, tipica del terroir friulano, che lascia la bocca pulita e aristocratica.
Vino da Meditazione: Il Picolit rifugge gli abbinamenti banali. Sebbene sposi magnificamente il fegato grasso o i formaggi erborinati strong (come un Gorgonzola piccante o il Formadi Frant carnico), esprime il suo massimo assoluto da solo. Va sorseggiato a fine pasto, a una temperatura di circa 12-14 °C, in un calice ampio, lasciando che ogni sorso riempia il silenzio e la conversazione.
