Al momento stai visualizzando Chi ha torto fa clamore contro l’accusatore

Chi ha torto fa clamore contro l’accusatore

l’arte millenaria di “alzare la voce”

Ci siamo passati tutti. State discutendo con qualcuno, le prove sono schiaccianti, i fatti parlano da soli. Eppure, anziché assistere a un’ammissione di colpa, venite travolti da una tempesta di urla, accuse incrociate e colpi sul tavolo. Non è un comportamento casuale, ma una strategia vecchia quanto l’umanità, cristallizzata perfettamente in un antico proverbio italiano: “Chi ha torto fa clamore contro l’accusatore”.

Ma cosa si nasconde dietro questo modo di dire? Da dove arriva e, soprattutto, ha ancora senso usarlo oggi nell’era dei social network?

Il significato: la miglior difesa è l’attacco (rumoroso)

Il significato letterale del proverbio è immediato: chi sa di essere dalla parte del torto, non avendo argomenti logici o prove a proprio favore, cerca di spostare l’attenzione spostando il focus del discorso. Come? Attaccando chi ha sollevato il problema.

Il “clamore” non è solo letterale (urlare, fare scenate), ma è soprattutto un rumore strategico. Serve a:

  • Intimidire l’accusatore, facendolo vacillare o desistere.

  • Confondere il pubblico (o i giudici, o i colleghi), trasformando una questione di fatti in una questione di pura emotività.

  • Passare da carnefice a vittima, recitando la parte di chi subisce un’ingiustizia o un complotto.

Le origini: tra aule di tribunale e saggezza popolare

Sebbene sia difficile rintracciare un singolo autore per questo proverbio, la sua radice affonda direttamente nella retorica classica e nel diritto antico.

1. L’eredità latina

Nel diritto romano e nella retorica di Cicerone e Quintiliano, era ben nota la figura del fumo o della captatio volta a distrarre i giudici quando la causa era persa. Esiste una massima latina che recita: “Se hai la legge dalla tua parte, batti sulla legge. Se hai i fatti dalla tua parte, batti sui fatti. Se non hai nessuno dei due, batti sul tavolo”. Il nostro proverbio è il perfetto erede di questa visione.

2. L’evoluzione psicologica

Con il passare dei secoli, la saggezza popolare ha tradotto questa dinamica legale in un proverbio accessibile a tutti. La psicologia moderna, secoli dopo, ha dato un nome scientifico a questo comportamento: proiezione e spostamento. Quando l’ego di una persona non riesce a tollerare il peso del fallimento o della colpa, reagisce aggredendo l’esterno per non implodere.

Ha ancora senso dirlo oggi?

Assolutamente sì, oggi più che mai. Se nel passato questo comportamento si limitava alle piazze, alle aule di tribunale o alle discussioni familiari, oggi ha trovato il suo palcoscenico ideale: il web.

Nel panorama comunicativo contemporaneo, questo proverbio si è evoluto in tre fenomeni modernissimi:

  • Il “Whataboutism” (Benaltrismo): Quando un politico o un influencer viene beccato in fallo, la risposta standard è spesso: “E allora cosa mi dite di quello che ha fatto il tal dei tali?”. È il clamore moderno: sviare l’attenzione.

  • La cultura dei Social Media: Twitter (X), Facebook e Instagram vivono di indignazione. Chi viene smentito dai fatti spesso non risponde nel merito, ma lancia una campagna di fango (la cosiddetta shitstorm) contro chi ha osato criticarlo.

  • I “Leoni da tastiera”: Il maiuscolo fisso (l’equivalente digitale dell’urlare) e gli insulti ad personam sono il moderno “clamore” di chi è rimasto privo di argomentazioni valide.

Nota di riflessione: Oggi dire “Chi ha torto fa clamore” significa avere una bussola per non farsi manipolare. Ci ricorda che, in un mondo in cui chi urla più forte sembra avere ragione, la verità risiede quasi sempre nel silenzio dei fatti, non nel rumore delle polemiche.

In conclusione

Il proverbio ci invita a un esercizio di lucidità. La prossima volta che assistete a una reazione sproporzionata, a un’esplosione di rabbia o a un attacco frontale orchestrato per difendersi da un’evidenza, fermatevi. Non fatevi distrarre dai decibel. Ricordatevi che quel rumore non è un segno di forza, ma il disperato tentativo di coprire il rumore di uno specchio che si rompe.

Lascia un commento