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La scelta del buio

di Piergiorgio Pulixi: quando cercare la verità significa entrare nell’oscurità

Ci sono investigatori che cercano il colpevole. E poi ci sono investigatori che cercano di capire il Male.

Vito Strega appartiene decisamente alla seconda categoria.

Con La scelta del buio, pubblicato da Edizioni E/O nel 2017, Piergiorgio Pulixi torna a raccontare il commissario protagonista della serie I canti del male, dopo Il canto degli innocenti. Il romanzo, di 192 pagine, si muove tra thriller psicologico, poliziesco e noir, costruendo un’indagine in cui il mistero criminale diventa progressivamente anche un viaggio nella parte più oscura dell’animo umano.

E il titolo non potrebbe essere più appropriato.

Perché qui il buio non è soltanto quello nel quale si nasconde un assassino. È quello che Strega porta dentro di sé e che, proprio per questo, gli permette di riconoscere le ombre degli altri.


Un suicidio che non convince

Vito Strega è appena tornato in servizio operativo dopo essere stato reintegrato da una commissione disciplinare interna. Il rientro, però, è tutt’altro che trionfale.

Il primo caso che gli viene affidato riguarda la morte di un ispettore della Squadra Omicidi. Tutto sembra indicare un suicidio, ma Strega nota immediatamente qualcosa che non torna.

E per un uomo come lui, un’incongruenza non è mai soltanto un dettaglio.

Conosceva la vittima. Aveva lavorato con lui anni prima. Conosceva il suo carattere, il suo modo di ragionare, probabilmente anche quelle piccole abitudini che possono diventare fondamentali quando si cerca di comprendere una morte.

Così comincia a scavare.

Nonostante i superiori.
Nonostante l’ambiente ostile.
Nonostante sappia perfettamente che quell’indagine potrebbe costargli molto caro.

La sua intuizione si trasforma in ossessione investigativa e quello che sembrava un semplice caso di suicidio comincia ad assumere contorni molto più inquietanti.


Vito Strega, un uomo che vive sul confine

Uno degli elementi più riusciti del romanzo è proprio il suo protagonista.

Vito Strega non è il classico commissario tormentato costruito secondo gli stereotipi del noir. È un personaggio molto più complesso: estremamente preparato, dotato di un’intelligenza fuori dal comune e di una profonda conoscenza della psicologia criminale, ma contemporaneamente fragile, ferito e profondamente solo.

La sua formazione interdisciplinare — tra diritto, filosofia, psicologia e criminologia — diventa uno strumento per osservare il crimine da prospettive diverse. Ma il sapere, nel suo caso, non rappresenta necessariamente una salvezza.

Anzi.

Più Strega comprende il Male, più sembra essere costretto a conviverci.

È questo il paradosso che rende il personaggio affascinante: per combattere l’oscurità deve continuamente avvicinarsi ad essa.

Pulixi lo trasforma così in una sorta di esploratore dell’animo umano. Non gli interessa soltanto sapere chi ha commesso un delitto. Vuole comprendere perché qualcuno abbia scelto di diventare ciò che è.

E per farlo deve assumere, almeno in parte, il punto di vista di chi ha compiuto il male.


Il vero antagonista è il Male

In molti thriller il criminale rappresenta il centro dell’oscurità.

Qui, invece, l’oscurità è quasi una presenza autonoma.

È nelle istituzioni.
È nei rapporti tra colleghi.
È nei sospetti.
È nei traumi di Strega.
È nelle verità che nessuno vuole vedere.

Pulixi costruisce una storia nella quale il lettore non viene semplicemente invitato a risolvere un enigma, ma viene progressivamente trascinato dentro una domanda molto più inquietante:

quanto siamo disposti a conoscere del Male prima che il Male cominci a conoscere noi?

È una delle caratteristiche più interessanti della serie I canti del male: il noir diventa uno strumento per indagare non soltanto la criminalità, ma le zone grigie dell’essere umano.


Una scrittura fredda che fa paura

Pulixi non ha bisogno di esagerare.

Il suo stile è asciutto, preciso, controllato. E proprio questa apparente freddezza rende alcune situazioni ancora più disturbanti.

Non serve descrivere ogni dettaglio macabro per generare inquietudine.

A volte è molto più efficace lasciare uno spazio vuoto e permettere al lettore di riempirlo con la propria immaginazione.

È una strategia narrativa particolarmente efficace in questo romanzo: l’orrore non viene necessariamente mostrato, ma suggerito.

E ciò che immaginiamo può essere molto più inquietante di ciò che l’autore potrebbe descrivere.

Una recensione apparsa su Critica Letteraria sottolinea proprio questa capacità di Pulixi di costruire un’atmosfera quasi asettica, priva di quei riferimenti geografici e folkloristici che spesso caratterizzano il noir italiano, lasciando il lettore senza distrazioni davanti al Male.


Un’indagine dentro l’indagine

La struttura narrativa funziona perché Strega non deve soltanto scoprire la verità sulla morte dell’ispettore.

Deve anche muoversi all’interno di un sistema che non si fida di lui.

È un investigatore scomodo.

Troppo intelligente.
Troppo indipendente.
Troppo poco disposto ad accettare una versione dei fatti soltanto perché è quella ufficiale.

E soprattutto è un uomo che non ha paura di mettere in discussione le certezze degli altri.

L’indagine diventa quindi una partita su due livelli: da una parte c’è la ricerca dell’assassino, dall’altra la battaglia personale di Strega contro chi vorrebbe impedirgli di scavare.

La tensione nasce proprio da questa doppia dimensione.

Più Strega si avvicina alla verità, più aumenta il rischio che la verità distrugga lui.


Il significato del titolo

La scelta del buio è un titolo che assume progressivamente un significato più profondo.

Il buio può essere quello scelto da chi commette il Male.

Ma può essere anche quello nel quale Strega decide consapevolmente di entrare per poterlo combattere.

E qui emerge la grande contraddizione del personaggio: per proteggere gli altri deve frequentare luoghi psicologici nei quali nessuno vorrebbe mai entrare.

Strega conosce il buio.

Lo studia.

Lo analizza.

Lo combatte.

Ma non può fingere che non esista dentro di sé.

Ed è forse proprio questa consapevolezza a renderlo più umano di tanti investigatori apparentemente invincibili.


Un noir che non concede facili consolazioni

La scelta del buio non è una lettura rassicurante.

È cupa, inquieta, psicologicamente intensa.

Non cerca continuamente il colpo di scena spettacolare, ma costruisce una tensione più sotterranea, fondata sui dubbi, sulle contraddizioni e sulla progressiva scoperta di quanto possa essere profonda la corruzione.

Il romanzo appartiene a quella tradizione del noir nella quale il detective non è semplicemente colui che ristabilisce l’ordine.

È colui che scopre quanto l’ordine fosse fragile fin dall’inizio.

E Strega è perfetto per questo tipo di storia.

Perché è lui stesso una contraddizione vivente: rappresenta l’istituzione ma ne mette in discussione le regole; cerca la giustizia ma conosce perfettamente le sue imperfezioni; combatte il Male ma sa di doverlo guardare negli occhi.


La mia recensione

La scelta del buio è un noir intenso e psicologico che punta molto più sul personaggio e sull’atmosfera che sul semplice meccanismo del giallo.

Piergiorgio Pulixi costruisce un investigatore affascinante e tormentato, capace di trasformare ogni indagine in un confronto con la psicologia criminale e, contemporaneamente, con i propri demoni.

Il risultato è una storia nera, tesa e progressivamente claustrofobica, nella quale la domanda fondamentale non è soltanto chi ha ucciso?, ma quanto può spingersi un uomo nella comprensione del Male prima di esserne contaminato?

Vito Strega è il vero cuore del romanzo.

Un uomo brillante, ferito, solitario e ossessionato dalla necessità di arrivare alla verità. Un personaggio che non cerca semplicemente di catturare i criminali: cerca di capire la mente che li ha generati.

Ed è proprio questa sua necessità a renderlo tanto affascinante quanto inquietante.

Un noir consigliato a chi ama le indagini psicologiche, i protagonisti tormentati e le storie nelle quali la linea tra bene e male diventa sempre più sottile.

Perché, in fondo, il buio più pericoloso non è quello che ci circonda.

È quello che scegliamo di attraversare.

Voto: ⭐⭐⭐⭐½ / 5

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