Oltre l’Oggettività: Storia, Segreti e Attualità di «Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace»
Vi è mai capitato di camminare in un museo d’arte contemporanea, fermarvi davanti a una tela apparentemente bianca e sentire qualcuno sussurrare, con un misto di rassegnazione e saggezza: «Beh, d’altronde non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace»?
Questo famosissimo proverbio è la colonna portante di ogni discussione sui gusti personali. È la frase jolly che sfoderiamo per chiudere un dibattito sulla bellezza di un film, di un abito o persino di un partner. Ma da dove arriva questa massima? Come si è evoluta nei secoli e, soprattutto, ha ancora senso usarla nell’era di Instagram, dei filtri e della chirurgia estetica standardizzata?
Il Significato: Il trionfo del relativismo
A prima vista, il significato è immediato: la bellezza non è un valore oggettivo o universale, ma strettamente soggettivo.
Il proverbio demistifica l’idea che esistano canoni estetici assoluti a cui tutti dobbiamo inchinarci. Sposta il baricentro dell’estetica dall’oggetto (ciò che viene guardato) al soggetto (chi guarda). In parole povere: se una cosa ti emoziona o ti piace, per te è bella, a prescindere da ciò che ne pensa il resto del mondo.
Le Origini: Dalla filosofia antica ai salotti del Rinascimento
Sebbene la formulazione esatta in italiano moderno sia di stampo popolare e relativamente recente, la radice di questo concetto è antichissima e affonda le sue radici nella filosofia e nella letteratura europea.
I Sofisti e Platone: Già nel V secolo a.C., il filosofo greco Protagora affermava che “l’uomo è misura di tutte le cose”, ponendo le basi del relativismo. Poco dopo, Platone nei suoi dialoghi faceva notare come la percezione del bello cambiasse da individuo a individuo.
La versione latina: Nel Medioevo e nel Rinascimento si diffonde la massima latina: «De gustibus non est disputandum» (sui gusti non si può discutere), che è la diretta antenata del nostro proverbio.
Il XVII secolo e la Francia: La svolta pop e romantica avviene tra il ‘600 e il ‘700. In Francia si diffonde il concetto del “Je ne sais quoi” (quel non so che), quell’attrattiva inspiegabile che non risponde alle regole classiche della simmetria. Scrittori come Madame de Sévigné iniziano a mettere per iscritto che l’amore e il gradimento scavalcano le regole dell’arte.
Con il passare del tempo, la saggezza popolare italiana ha riassunto questi secoli di speculazioni filosofiche in una formula simmetrica, orecchiabile e decisamente d’impatto: un perfetto gioco di parole antitetico (bello ciò che è bello / bello ciò che piace).
Ha ancora senso dirlo oggi?
Arriviamo ai giorni nostri. In un mondo dominato dai social media, dagli algoritmi e dalla cultura visuale, questo proverbio è ancora valido o è diventato obsoleto? La risposta è complessa e vive di un affascinante paradosso.
Perché ha SENSO (Il lato democratico)
Oggi più che mai, la società sta celebrando la body positivity e l’inclusività. I canoni estetici rigidi del passato (come le modelle “taglia zero” degli anni ’90) stanno lasciando il posto a una narrazione più fluida e variegata. In questo contesto, il proverbio è un manifesto di libertà: rivendica il diritto di ognuno di trovare la bellezza dove vuole, fuori dai binari imposti dalle grandi case di moda o dai media tradizionali.
Perché NON ha più senso (L’inganno dell’algoritmo)
C’è però un risvolto della medaglia. Siamo sicuri che ciò che ci piace oggi sia farina del nostro sacco?
Omologazione da filtro: I social network propongono standard di bellezza talmente pressanti (labbra rimpolpate, zigomi alti, pelle levigata) che i gusti collettivi si stanno uniformando.
La bolla dell’algoritmo: I feed di Instagram o TikTok ci mostrano ripetutamente ciò che sa già che ci piacerà.
Il rischio attuale è che il “ciò che piace” non sia più il frutto di un’emozione genuina e personale, ma il risultato di un condizionamento digitale. Se i nostri gusti sono pilotati, allora anche il proverbio perde la sua carica di libertà originaria.
Conclusione
Il proverbio “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace” gode ancora di ottima salute, ma oggi richiede un pizzico di consapevolezza in più.
Continua ad essere un’ottima scusa per difendere le nostre scelte più bizzarre o i nostri “guilty pleasures”, ma ci sfida anche a porci una domanda fondamentale: ciò che ci piace, ci piace davvero perché tocca le corde della nostra anima, o semplicemente perché abbiamo smesso di cercare la bellezza fuori dagli schermi? Nel dubbio, la prossima volta che qualcuno critica un vostro gusto insolito, sorridete e sfoderate la massima: la storia della filosofia è dalla vostra parte.
